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I nostri affettuosi Auguri.

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Auguri sinceri, a tutti i nostri Figli

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Superando.it del 07-04-2016

Sinceri auguri, figlio mio!

«Sinceri auguri, figlio mio! – scrive Maria Grazia Pinna ad Antonio che diventa maggiorenne -, hai conquistato diverse autonomie, ma ogni giorno io e tuo padre dovremo lottare per far sì che siano rispettati i tuoi diritti e realizzate le tue aspettative. Desideriamo che impari ad usare il cellulare, che prenda un tram in piena autonomia e che conosca bene l’uso del denaro. E anche vederti innamorato vivendo in una piccola comunità, dove, quando noi non ci saremo più, spero che qualcuno continuerà a svegliarti con un bacio».

Sinceri auguri, Antonio, figlio mio! Ormai divenuto maggiorenne, nel prossimo futuro potrai finalmente esprimere le tue preferenze verso un candidato così come faranno i tuoi coetanei non “diversamente abili” (abilità diverse da chi? Ognuno di noi ha molte potenzialità ancora inespresse!), i “normodotati”.
Come dici? Sei preoccupato perché dovrai fare la fila? Non ne vedo la ragione. La legge ha provveduto affinché le persone che hanno questo tipo di handicap (che non è una parolaccia, ma vuol dire svantaggio sociale) siano tutelate nelle procedure e nel facile utilizzo e comprensione dei materiali elettorali. Quindi è sicuro, potrai passare davanti a tutti!

Ti vedo comunque assorto nei tuoi pensieri. Forse perché sei un ragazzo affetto da sindrome autistica. No. Presumo che tu tema di non saperti districare fra i ricchi programmi che le diverse coalizioni politiche hanno sempre proposto per migliorare l’inclusione sociale delle persone con disabilità: diritto all’assistenza scolastica e alla formazione degli insegnanti di sostegno, alla terapia riabilitativa (presa in carico globale, ogni momento di tutti i giorni della propria vita), inclusione lavorativa, il diritto a una vita autonoma e dignitosa, alla salute, alla sessualità…
«Eeee… e allora!», mi sembra di sentirti! Le tue sensazioni non sbagliano mai. E d’altronde è una delle poche peculiarità positive dell’autismo.

Affettuosi auguri, figlio mio! No, non ti devi preoccupare di ciò che sarà di te negli anni a venire. O almeno, finché noi saremo in vita. Continueremo a difendere i tuoi diritti, spendendo i nostri risparmi non solo per le azioni legali volte a ristabilire quanto è garantito a ogni cittadino per Costituzione, come il diritto alla salute, ma anche per integrare l’importo che deriva dal Fondo per le Non Autosufficienze che per legge, anno dopo anno, ti viene ridotto (a causa della componente patrimoniale da inserire nell’ISEE), fondamentale per far fronte alla tua assistenza e alla tua terapia riabilitativa.
Certo, ci saranno anche giornate sfortunate, come sentirti male durante i ponti delle vacanze, incappando nelle storture di un sistema sanitario che ha fatto, di una riforma della rete ospedaliera regionale, un vanto.
Perché fai quella faccia? Anche tu conosci il protocollo sulle buone prassi? Bene, allora bisogna che entrambi ci avviciniamo a parlarne con qualcuno…

Scusa! Alle volte il tuo sguardo è talmente acuto che faccio fatica a ricordare che la tua realtà corre parallela alla mia. Però la tua disabilità neurologica è rappresentativa dell’incapacità di collaborazione di molte persone con disabilità intellettiva-relazionale, quindi puoi dimostrare come possono aiutarle quando hanno bisogno di effettuare delle visite specialistiche che a tutt’oggi, in gran parte, sono loro precluse.
Per quanto riguarda me, beh… mi hanno consigliato di non essere così “emotivamente coinvolta”!

Felicitazioni, “ragazzo in gamba”! Poco prima di compiere i diciotto anni, hai conquistato diverse autonomie. Hai imparato ad allacciarti le scarpe, sei riuscito ad ingoiare una pastiglia, hai fatto un viaggio in aereo realizzando, con il progetto Prove di viaggio*, la possibilità di attuare le buone prassi per fare accedere alla mobilità anche i ragazzi con disabilità neuropsichiatrica che ne facciano richiesta. Hai scalato, con la velocità che ti contraddistingue, il monte Tiscali, visitandone, rispettoso della fila delle persone lì presenti, il sito nuragico.

«Dai, soffia la candelina!». Immagino a occhi aperti quando stasera mi avvicinerò per darti un bacio, sfiorando le tue guance. Socchiudo gli occhi. Ancora il tuo profumo mi inebria! Mi torna in mente la strofa di una canzone che, proprio in questi giorni, pare mi segua ovunque. Forse, vuole ricordarmi qualcosa.
Per te, non ci saranno molte opportunità. Ogni giorno io e tuo padre dovremo lottare per far sì che siano rispettati i tuoi diritti e realizzate le tue aspettative. Sì, per te, anche noi abbiamo delle attese, e senza aver mai fatto nessuna distinzione con tua sorella Eleonora. Siete solo differenti, come capita a un qualsiasi fratello e una qualsiasi sorella “normodotati”. Desideriamo che impari ad usare il cellulare, che prenda un tram in piena autonomia e, per questo, che conosca bene l’uso del denaro. Per te, desideriamo che impari a leggere l’orologio, che sappia cucinare i tuoi amatissimi würstel e che ti rifaccia meglio il letto. Per te, figlio mio, desidero vederti innamorato vivendo in una piccola comunità, dove, quando noi non ci saremo più, spero che qualcuno continuerà a svegliarti con un bacio e magari ti sussurri “grande amore”.
Ecco, lo sapevo. Ancora una volta, con quel soffio di candelina, sono stata io a esprimere un desiderio! Allora ti prego, concedimene un altro, ma questa volta lo custodirò gelosamente.
Con immenso amore, mamma.

*Il progetto Prove di viaggio è un’iniziativa congiunta del Servizio di Neuropsichiatria che segue Antonio – figlio di Maria Grazia Pinna – e della SOGEAL, società di gestione dell’Aeroporto sardo di Alghero, promossa su richiesta della stessa Pinna, per far conoscere al giovane il percorso da sostenere prima di volare in aereo. Più recentemente, come abbiamo riferito nel nostro giornale, anche gli Aeroporti di Bari e Ronchi dei Legionari (Gorizia) si sono mossi in modo analogo e ancora Pinna è in attesa di essere contattata dall’Aeroporto Olbia-Costa Smeralda, per un altro protocollo di buone prassi da attuare, in presenza di passeggeri con disabilità intellettiva.

di Maria Grazia Pinna,
Madre di un giovane con autismo, autrice del libro Antonio allo specchio (Sassari, Carlo Delfino Editore, 2014).

Nella speranza di tornare presto a proporvi nuovi articoli vogliate gradire i nostri….

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I Nostri Auguri più Sinceri

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Il nostro prossimo progetto.

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DESCRIZIONE DEL PROGETTO:

 

“Trasformiamo una Lacrima in un Sorriso”

Il sollievo è un bisogno storicamente recente, frutto dell’interazione tra due processi. Da un lato c’è stata l’evoluzione dei servizi alla disabilità, che ha permesso la nascita di una nuova sensibilità al tema delle relazioni e della qualità della vita, e non solo del soggetto disabile, ma anche della famiglia, primo destinatario e centro progettuale del sollievo. Dall’altro si è evidenziato un processo di progressiva frantumazione delle comunità locali con la scomparsa della famiglia
allargata. Di conseguenza si è assistito all’indebolimento delle reti sociali di supporto che, fino a qualche decennio fa, rappresentavano la principale risorsa sociale e materiale per le famiglie con disabili a carico. Da questa dinamica, che è insieme di conquista e di perdita, è emerso il bisogno di servizi di sollievo.                                                                                                                       
Tuttavia la percezione sociale di questo bisogno è ancora acerba e le sue varie sfaccettature non sono auto  evidenti: possono essere comprese ed esplorate solamente creando luoghi e pratiche strutturate che ne permettano l’espressione.
Questa è la finalità del progetto: la possibilità di intercettare ed esplorare la complessità del sollievo, cercando di superare il carattere di aleatorietà che ha contraddistinto molte delle soluzioni che sono state finora sperimentate in risposta a questo bisogno. Il sollievo non può apparire a chi è coinvolto in prima persona, alla sua famiglia e agli operatori come qualcosa di posticcio, un contenitore vuoto da riempire come capita.

TIPOLOGIA D’ UTENZA
Gli interventi sono rivolti a persone disabili, maschi e femmine, di età compresa indicativamente nella fascia tra i 18 e i 50 anni.

Il progetto prevede il coinvolgimento di 10 disabili perlopiù inseriti all’interno di un  nucleo familiare, che spesso versa in condizioni economiche precarie.

MODALITA D’INTERVENTO
I professionisti forniscono assistenza e supporto alle persone disabili allo scopo di dare sollievo alla famiglia per alcune ore alla settimana. Accompagnando il famigliare in attività specifiche o sostituendo un parente nell’accudimento a domicilio, o facendo compagnia in attività di tempo libero; gli operatori riducono l’impegno della famiglia verso il disabile e offrono al disabile opportunità di stimolazione, svago, relazione.

LE SOLUZIONI PROPOSTE

Ogni intervento di sollievo non intende presentarsi come un pacchetto predefinito indipendente da chi intraprende un’esperienza di questo tipo, bensì come un insieme di opportunità differenziate e occasioni costruite con e per il soggetto e la famiglia. E prevista una certa flessibilità nel definire tempi e modalità adeguate, tenendo conto volta per volta delle esigenze pratiche delle famiglie, dei bisogni specifici del soggetto e delle indicazioni del servizio
inviante.

Ove si avverte la possibilità di poter proporre agli utenti esperienze di piccoli gruppi si orienterà l’intervento in quel senso partendo da incontri studiati e mirati.

Il servizio proposto andrà ad integrarsi ai servizi  già erogati dal settore pubblico (scuola, centri diurni, assistenza domiciliare..).

Attualmente i servizi presenti sul territorio a sostegno della permanenza del disabile e delle loro famiglie, presso il proprio domicilio, si articolano in differenti tipologie:

Centri Socio-riabilitativi diurni comunali o del privato sociale,  inserimenti Residenziali Temporanei (competenza Consorzio convenzionato con ANFFAS), assistenza domiciliare (competenza Consorzio e ASL), Assistenza scolastica (competenza Ufficio Scolastico) e Borse lavoro (competenza Consorzio).

Per accedere ai suddetti Servizi (ad eccezione dell’ Assistenza scolastica e del Servizio di Borse lavoro) è necessaria la formulazione di un progetto individualizzato sulla persona  disabile e la sua famiglia, concordato tra gli operatori dell’Ente gestore (Comune o Consorzio) e gli operatori dell’ASL di Vercelli e, autorizzato dalla Commissione di Valutazione Handicap dell’ASL di Vercelli.

La procedura richiede tempi non sempre adeguati al bisogno ed a volte i progetti  non possono essere avviati a causa di assenza di fondi sufficienti.

L’attività che si tende a realizzare con questo progetto si inserisce a completamento del panorama di servizi già erogati a sostegno delle persone disabili e delle loro famiglie e potrebbe consentire di far emergere nuove situazioni che per ora non sono in carico ai servizi socio sanitari.

Ma se la famiglia è giustamente  considerata il focus su cui concentrare le attività di supporto, spesso è anche il luogo in cui i problemi si caricano di complessità o si cronicizzano, poiché già ampiamente appesantite dalla disabilità.

Inoltre, parallelamente al fenomeno dell’invecchiamento della popolazione vercellese, si assiste allo speculare invecchiamento delle famiglie che assistono i soggetti disabili.

Gli interventi proposti sono volti a concreti percorsi di cambiamento che, a seconda della specificità dell’handicap della persona, mirino a recuperare e valorizzare le potenzialità e le capacità residue, a produrre e garantire sinergie, a riattivare circuiti comunicativi relazionali e sociali interrotti.

Il progetto sarà realizzato da professionisti del settore facenti capo a strutture private operanti da anni a Vercelli che possano garantire gli interventi descritti ad un prezzo adeguato ai parametri vigenti.

Il periodo di attività è determinato in 1 anno di attività.

La chimera che tutti inseguiamo ” Una vita Dignitosa” ma alcuni la meriterebbero più di altri.

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Superando.it del 05-11-2015

La mia battaglia continua per una vita dignitosa

di Marietta Di Sario

«Le Istituzioni non possono eliminare la sofferenza e il dolore, ma senza dubbio dovrebbero tutelare i più deboli e cogliere quelle sfide importanti che, se non hanno risposte concrete e immediate, alimentano ogni giorno di più paura, disagio e disperazione». Si conclude così la lettera inviata da Marietta Di Sario a tutte le principali autorità istituzionali del nostro Paese e anche a Papa Francesco, ove racconta la sua storia, «fatta di cinquantasei anni di sofferenze, del corpo e del cuore».

La mia storia inizia quando a soli quattro anni, l’età in cui i bambini dovrebbero correre e giocare, la poliomielite bussa alla mia porta. Pochi anni dopo, a undici anni, non cammino più e da allora la carrozzina diventa la mia compagna inseparabile di vita.
Ora ho sessant’anni e sono invalida civile al 100% agli arti inferiori e superiori: i miei sono stati cinquantasei anni di sofferenze, del corpo e del cuore. Da sola non riesco a compiere neppure il più banale gesto e per stare seduta sulla carrozzina, devo portare un busto rigido che mi sostiene. Dipendo completamente, in tutto e per tutto, dagli altri. Dipendo da altre persone anche solo per bere un bicchiere d’acqua, sfogliare un giornale, voltarmi nel letto. Le mani che ora scrivono sono “in prestito” e non sempre è facile trovare persone disponibili a sopperire a qualsiasi azione che a me non è permesso svolgere.

La mia vita è stata sempre una dura prova: oltre alla poliomielite e ai numerosi interventi chirurgici alle articolazioni, ho dovuto affrontare anche un’operazione per asportare un meningioma al cervello. Il mio corpo è stato flagellato, ma nonostante tutto non ho mai smesso di amare la vita e affrontare con fede la sofferenza.
Convivere con la sofferenza, accettarla e accoglierla per testimoniare il valore e la bellezza della vita, sono tappe di un cammino lungo e difficile, ma che con gioia percorro ogni giorno e che mi conduce ad amare anche il mio corpo provato e la mia vecchia carrozzina.
In questo percorso di accettazione della mia condizione fisica, e di fede e amore verso la vita, sono stata aiutata dall’UNITALSI [organizzazione aderente alla FISH-Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap, N.d.R.], un’Associazione che offre un sostegno nelle necessità e un coinvolgimento per uscire dall’isolamento.
Questa organizzazione di volontari, che da oltre cento anni accompagna in pellegrinaggio i disabili, oltre a creare occasioni di condivisione nella quotidianità, mi ha accolta sia a San Chirico (Potenza) che a Carpi (Modena). Per me è diventata una seconda famiglia, che mi ha dato la possibilità di uscire dalle mura domestiche per conoscere nuove persone, lasciare attimi di libertà e intimità a mia sorella e alla sua famiglia, e che mi è stata vicina nelle difficoltà, alimentando il mio coraggio e la mia fede.

Ma è giusto che il più grande aiuto arrivi da un’Associazione di volontari, mentre ci si debba sentire abbandonati dallo Stato? Oggi, dopo tutti questi anni, mi trovo a riflettere su come sia più semplice per me accettare la mia malattia alla luce della fede, piuttosto che rassegnarmi all’indifferenza di chi ci governa e a un immobilismo legislativo che ferisce e abbandona i cittadini meno fortunati e più soli.
L’assenza di politiche serie e concrete per le persone con disabilità grave mi ha costretta a lasciare un piccolo paese della Basilicata, San Chirico Raparo, a cui sono molto legata e dove sono vissuta per più di cinquant’anni con tante difficoltà.
Fino al 1992 ho abitato in una casa di sedici metri quadri, con un bagno largo cinquanta centimetri e alto cento, separato da una tenda dal resto dell’appartamento. Per raggiungere la strada dovevo superare circa quaranta gradini, che per me erano un muro enorme, invalicabile. L’unica possibilità per uscire di casa era quella di essere portata in braccio.
Per diversi anni abbiamo cercato invano un’abitazione adatta alle mie condizioni, fino a quando sono venuta a conoscenza di alcune case popolari e finalmente, nell’aprile del 1992, mi è stato assegnato un alloggio idoneo, privo di barriere architettoniche. Dopo qualche anno mi hanno proposto di acquistarlo. Decisi di accettare.
Nel 2000 è morta mia madre, sono rimasta sola ma ho scelto di restare a San Chirico. Le risorse economiche non erano sufficienti per vivere dignitosamente e le esperienze avute con le badanti sono state a dir poco disastrose. Mi sono ritrovata in casa con persone alcolizzate, alcune mi hanno addirittura derubata e mi sono sentita impotente in diverse circostanze. Rimaneva un’unica soluzione: trasferirmi a Carpi, vicino a Modena, dalla famiglia di mia sorella.
Per garantirmi un’assistenza continua, la mia amata sorella ha dovuto rinunciare al suo lavoro in fabbrica; nel cambiare residenza, poi, la casa di San Chirico è diventata seconda casa e, oltre a vivere il dispiacere per il distacco, mi sono ritrovata anche a pagare l’ICI sull’unica casa di mia proprietà, che non ho venduto, per tornare nel mio paese natale quando possibile e visitare i miei cari al cimitero.

Con questa mia lettera sono a chiedere di aprire gli occhi e il cuore sulla dolorosa e gravissima realtà delle persone con disabilità grave e dei familiari che le assistono. Una sola persona non è sufficiente per assistere un disabile grave e i sostegni al reddito non bastano a garantire una vita dignitosa. Mia sorella mi assiste con amore e dedizione, ho accanto dei familiari con un cuore grande, ma mi rendo conto che assistere un disabile grave richiede risorse economiche, sacrifici e rinuncia alla privacy, al proprio tempo libero e persino al lavoro.
Non sarebbe giusto venire incontro a queste famiglie? Nel 2015, al Fondo per le Non Autosufficienze sono stati tagliati 75 milioni di euro: invece di aumentare il sostegno alla disabilità, si costringe a fare dell’assistenza un onere esclusivo della famiglia. La separazione tra il mondo delle Istituzioni e la vita sociale reale impedisce ai rappresentanti della “cosa pubblica” di conoscere le proporzioni realistiche dei costi determinati dall’esistenza di gravi disabilità.

Un’altra conferma di questa enorme distanza tra politica e Paese reale è la notizia di questi mesi sul nuovo conteggio dell’ISEE [Indicatore della Situazione Economica Equivalente, N.d.R.], che tiene conto delle provvidenze assistenziali, delle pensioni sociali e delle indennità di accompagnamento nel suo calcolo. Tutti i contributi di sostegno all’assistenza personale sono conteggiati come se fossero un reddito da lavoro o una rendita finanziaria. In questo modo diventa reddito ciò che lo Stato e gli Enti Locali erogano con fini puramente assistenziali a persone che già si trovano in fortissima difficoltà, mentre il reddito della famiglia che accudisce un disabile grave non dovrebbe tenere conto di questi aiuti, che spettano di diritto.
Sono, queste, riflessioni diffuse, che condivido pienamente, perché nel caso di una disabilità grave come la mia, il trasferimento in un’altra città è stato un passo obbligato; e tuttavia mi trovo nella “trappola della burocrazia”, che non discerne le situazioni caso per caso e che mi grava di tasse più alte sulla casa faticosamente ottenuta, quando le risorse economiche già scarse occorrerebbero per ben altre attività prioritarie, quali, a titolo esemplificativo, medicinali e terapie.

Un altro punto da sottoporre all’attenzione è l’intento, da parte del Governo, di introdurre limiti di reddito all’indennità di accompagnamento concessa ai cittadini non autosufficienti che abbiano superato i 65 anni. Si tratta, in realtà, di un ennesimo attacco allo Stato Sociale, che priva in tal modo i cittadini con disabilità di un diritto fondamentale che deve continuare a essere concesso senza alcuna limitazione di sorta. Infatti, l’indennità di accompagnamento costituisce il sostegno minimo che lo Stato deve garantire alla persona disabile grave, per fronteggiare quei bisogni e quelle spese primarie che la condizione di non autosufficienza determina.
È assurdo che un Paese come l’Italia, che ha ratificato la Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, smetta di tutelare i suoi cittadini più svantaggiati, limitando sostegni economici indispensabili e facendo così pagar loro il costo della crisi. L’indennità di accompagnamento serve in realtà a pagare servizi essenziali che lo Stato, purtroppo, non è in grado di fornire.

E ancora, succede spesso, come si è detto, che i familiari siano costretti ad abbandonare il lavoro, e pertanto a chi si occupa del disabile dovrebbe essere riconosciuto uno status giuridico cui dovrebbe corrispondere un riconoscimento economico, perché oltre ad adempiere a un proprio dovere morale, egli sostituisce lo Stato, laddove quest’ultimo non assolve alla sua funzione costituzionale di farsi carico delle persone con disabilità. Il tutto generando un risparmio economico notevole in termini di spese assistenziali e anche ospedaliere, determinato dal ricovero in famiglia e sotto l’assistenza di un congiunto.
È in quest’ottica che si inserisce la proposta di prevedere la tredicesima sulle indennità di accompagnamento e il prepensionamento per i familiari che assistono persone con disabilità grave e gravissima. Una legge sul prepensionamento sarebbe infatti importante per i familiari dei disabili, per restituire loro un po’ di vita, anche perché nessuno sa seguire una persona con disabilità grave come un familiare stretto e quindi lo Stato dovrebbe permettere che questo fosse possibile.

Questa mia lettera, però, non è solo un grido di denuncia, ma vuole essere anche un inno alla vita e al rispetto della vita. È il mio amore per essa che mi spinge a scrivere ancora, nonostante sia stanca di lottare e di combattere per i diritti negati da chi pensa solo alla poltrona e ai propri stipendi, sempre più alti.
Ho sempre esercitato il mio diritto al voto, ma ora ho perso la fiducia nei confronti di chi pensa esclusivamente al proprio interesse, nell’indifferenza di chi soffre. Non è un quadro semplicistico, ma una realtà che ormai non fa più scalpore. E purtroppo la perdita di fiducia e di speranza è rivolta a tutti i partiti politici, perché ci si interessa alla persona con disabilità solo nei momenti elettorali, per convogliare voti, con promesse spesso non mantenute.
Invito i politici a provare a ospitare per una settimana un disabile gravissimo, con tutte le sue necessità di essere accompagnato in bagno, pulito, lavato e imboccato ventiquattr’ore su ventiquattro: solo allora si avrebbe la giusta cognizione di cosa serve a un disabile grave. Li invito a toccare con mano cosa sia la sofferenza, cosa significhi essere meno fortunati. E li invito a considerare le persone con disabilità non come un numero, ma come singole persone, ognuna delle quali con un volto, un nome, una storia di dolore alle spalle, un futuro di fede nel fatto che i diritti non vengano ignorati.
Ho raccontato la mia storia e adesso il mio nome è noto. Ora, dunque, non sono più un numero, sono Marietta e do voce alle persone che, come me, devono lottare per conquistare, giorno dopo giorno, una vita dignitosa.
La vita di ognuno può cambiare in un secondo e tutti potrebbero trovarsi a vivere sulla propria pelle l’esperienza di una sofferenza che rende impotenti. Questa consapevolezza non deve spaventare, ma dovrebbe spingere ciascuno di noi a lavorare per costruire una società più giusta e solidale. Le Istituzioni non possono eliminare la sofferenza e il dolore, ma senza dubbio dovrebbero tutelare i più deboli e cogliere quelle sfide importanti che, se non hanno risposte concrete e immediate, alimentano ogni giorno di più paura, disagio e disperazione.

La presente lettera è stata inviata dall’Autrice a Papa Francesco, al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, al presidente del Consiglio Matteo Renzi, al ministro della Salute Beatrice Lorenzin, al presidente del Senato Pietro Grasso, al presidente della Camera Laura Boldrini e al Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio.

Una “Good News”

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Diario del Web del 06-11-2015

Cataratta, basta chirurgia arrivano le gocce

Ricercatori scoprono una sostanza chimica che sarebbe in grado di invertire il processo della cataratta. Con questa sostanza sarà possibile sviluppare un collirio che possa evitare l’operazione chirurgica.

STATI UNITI. Un team di ricercatori dell’Università della California a San Francisco (UCSF), dell’Università del Michigan (UM) e della Washington University hanno individuato una sostanza chimica che potrebbe invertire il processo della cataratta. Da qui, il possibile sviluppo di un collirio che eviti il ricorso alla chirurgia e ridoni la vista.

Una condizione comune.
La cataratta è una condizione comune a molte persone, specie con l’avanzare dell’età. È l’opacizzazione del cristallino dell’occhio, che con il tempo rende sempre più difficile vedere, portando anche alla cecità. «I cristallini sono la componente principale delle cellule della fibra oculare, che formano le lenti degli occhi – ha spiegato il dott. Jason Gestwicki, coautore dello studio – E le proprietà uniche di queste cellule li rendono particolarmente sensibili ai danni».

Gocce riparatrici.
Lo studio, condotto per ora su modello animale, ha testato l’effetto del «composto 29» – questo il nome che gli è stato dato – su un gruppo di ratti portatori di mutazioni genetiche che li rendevano predisposti alla cataratta. L’applicazione del collirio nei soggetti con cataratta ha mostrato una parziale ristrutturazione delle lenti oculari, così come misurato con il test della lampada a fessura, già utilizzato dagli oculisti per diagnosticare la cataratta negli esseri umani.

Anche nel cristallino umano.
Gli effetti positivi del composto 29 sono stati osservati non solo nei ratti predisposti, ma anche in quelli anziani che hanno sviluppato naturalmente la cataratta. Altresì, sono stati osservati nel tessuto del cristallino umano affetto da cataratta, rimosso durante un intervento chirurgico. I risultati finali, pubblicati sulla rivista Science, mostrano dunque le potenzialità del composto 29, che potrebbe pertanto essere impiegato nello sviluppo di un collirio per la cura della cataratta. Ora non resta che attendere le sperimentazioni cliniche.

di Luigi Mondo

Oltre a riparare le strutture ci vuole un’educazione civica diversa dall’attuale.

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La Stampa del 07-11-2015

Semafori a chiamata E’ caos tra i pedoni

TORINO. Alcuni solo per non vedenti, altri sono rotti
«Hai voglia a “sgnaché” (in piemontese significa schiacciare, ndr), qui capita niente». In via XX Settembre angolo via Santa Teresa, il signor Francesco Burdizzo pigia e ripigia a ripetizione sul bottoncino nero del semaforo dei pedoni e fa la faccia scettica: «Questo pulsante è rotto, se lo premi oppure no è uguale». In effetti, ha ragione. Premere o non premere per chiamare il verde, in quell’incrocio, è la stessa cosa: il rosso dura sempre 53 secondi.

L’interruttore che molti pedoni scambiano per un bottone magico «taglia-attesa», in verità l’attesa non la accorcia affatto. Nel caso di via XX Settembre e via Santa Teresa angolo via San Tommaso, il bottone non è mai stato attivato per i pedoni vedenti. Sorpresa. «Quelle scatole funzionano solo per i non vedenti – spiegano da Iren -, emettono un suono se si schiaccia il tasto sotto la scatola, che un ipovedente sa trovare». La verità è che «i semafori che abbiamo comprato erano fatti così, comprendevano anche l’altra funzione», mai attivata.

A proposito di sicurezza dei pedoni, gli attraversamenti con bottone sono il regno della confusione. I pulsanti in città sono 150, di cui 70 del tipo che dicevamo prima, per gli ipovedenti (schiacciarli o no non cambia, il verde arriva sempre, coi suoi tempi) e altri 80 in cui il pedone è obbligato a schiacciare per passare. Ci sono i pulsanti rossi, di frequente rotti, come in corso Moncalieri all’altezza di strada degli Alberoni, o in generale in periferia, dove infatti Iren sta tentando di sostituirli con altri più moderni: «Quelli sporgenti ce li vandalizzano», dicono. Uno di quelli più nuovi sta al ponte delle Molinette, strisce attraversate ogni giorno da decine di pedoni, corridori e ciclisti. Ieri pomeriggio, il signor Vincenzo Buglione è rimasto fermo 7 minuti in attesa senza schiacciare: «Se non fosse arrivato quel ragazzo a spiegarmi che dovevo pigiare lì, mi sarei buttato col rosso». Come ha fatto la signora Antonia Cordero: con il suo passo lento, accompagnata dalla badante, era a metà strisce ed è venuto giallo. Il verde, in quell’incrocio altamente trafficato, dura per i pedoni solo 18 secondi.

Le cure dentistiche sono un altro problema per tutti i nostri figli.

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Il Centro del 07-11-2015

Curarsi i denti, disagio in piu’

ANCONA. Pare semplice, andare dal dentista. Sembra una cosa semplice curare un dente, fare la pulizia della bocca, risolvere problemi più o meno gravi. Una cosa che si complica notevolmente quando a doversi curare è una persona con un disagio, un autistico, una persona con la sindrome di down. Bambini, ragazzi, giovani e meno giovani. Per tutti il punto di riferimento è uno solo, ad Ancona, nel reparto dell’odontostomatologi, con la direzione del dottor Zavaglia. Con liste di attesa che vanno dai due ai sei mesi. Lo racconta la mamma di un ragazzo autistico e si fa portavoce del disagio di tante famiglie del Fermano: «Ogni volta che abbiamo avuto bisogno del dentista ci siamo rivolti al servizio di odontostomatologia che aveva un ambulatorio e attrezzature dedicate, altre a medici appositamente formati, anche dal punto di visto psicologico. Si tratta di pazienti particolari che hanno bisogno di pazienza, che non collaborano, che non riescono a dire cosa pr ovano, che spesso devono essere del tutto sedati per poter essere curati. Finora noi da Fermo andavamo a Civitanova Marche, Villa dei Pini è convenzionata e ha le strutture necessarie». La dottoressa che si occupava del servizio non indossava la mascherina per far stare tranquilli i pazienti più fragili, sapeva conquistare la loro fiducia e li curava con grande tenerezza e attenzione: «Progressivamente il servizio di Civitanova è stata smantellata, a favore di una struttura privata a nostro avviso. Il risultato è che noi per curare un ascesso doloroso ci siamo dovuti rivolgere ad Ancona, due mesi solo per avere la visita di controllo e quattro mesi per l’appuntamento per la cura definitiva. Una situazione che ci sembra del tutto indecente e che mette a dura prova anche il servizio del dottor Zavaglia che deve gestire situazioni anche serie con liste di attesa infinite». Le famiglie si chiedono se le attrezzature di Villa dei Pini c’è ancora e che senso ha sprecare simili riso rse: «Perché si complica in questo modo la vita di persone già duramente provate? È disumano e ci sembra una discriminazione grande».

di Angelica Malvatani


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